Nella valutazione sulla situazione attuale politica e militare del 21 luglio, pubblicata da “RiseUp4Rojava”, appare già evidente che la prossima invasione del Rojava avrà seguito non appena la situazione di Heftanin si sarà stabilizzata.

Su questa base, riteniamo necessario analizzare ancora una volta la situazione nel dettaglio e in generale, chiarendo alcuni punti e mettendo in relazione alcuni elementi per meglio comprenderne scopo e significato nel quadro complessivo. Questo è soprattutto importante considerando l’ondata di attacchi mediatici messi in atto dalla speciale macchina da guerra psicologica (nei social-media come nei media in generale) contro la rivoluzione del Rojava e della Siria del nord e contro il Movimento di liberazione combattente del Kurdistan.

 

Valutazione della situazione attuale politico-militare, 11 agosto 2020

Nella valutazione sulla situazione attuale politica e militare del 21 luglio, pubblicata da “RiseUp4Rojava”, appare già evidente che la prossima invasione del Rojava avrà seguito non appena la situazione di Heftanin si sarà stabilizzata.

Su questa base, riteniamo necessario analizzare ancora una volta la situazione nel dettaglio e in generale, chiarendo alcuni punti e mettendo in relazione alcuni elementi per meglio comprenderne scopo e significato nel quadro complessivo. Questo è soprattutto importante considerando l’ondata di attacchi mediatici messi in atto dalla speciale macchina da guerra psicologica (nei social-media come nei media in generale) contro la rivoluzione del Rojava e della Siria del nord e contro il Movimento di liberazione combattente del Kurdistan.

Qual è la situazione attuale a Heftanin? A che punto è l’operazione dell’esercito turco contro le aree di difesa liberate di Medya? Qual è la situazione della resistenza? Quale sorta di piano delle forze imperialiste internazionali e regionali contro le aree liberate della Siria del nordest sta emergendo in questo momento? Quanto e cosa c’entrano, tra l’altro, gli eventi di Deir ez-Zor, e il tanto speculato accordo sul petrolio dell’amministrazione autonoma del nordest della Siria?

Ormai da mesi, c’è un solo “tema principale” che domina il dibattito pubblico: la pandemia da Corona. In molti paesi, la vita pubblica è stata completamente o quasi completamente azzerata: mentre i lavoratori, i poveri, gli oppressi e gli sfruttati di questo mondo stanno sprofondando, paese per paese, verso la disperazione, la dipendenza sconfinata e verso la percezione di un senso d’impotenza, si sta istituendo gradualmente un sistema antisociale di “distanziamento sociale”. L’alienazione della vita è stata portata all’estremo e, sotto vari aspetti, la vita come la conosciamo si è fermata.

Eppure, il mondo in cui viviamo non si è fermato e ancora meno si sono fermati i concetti e i piani degli imperialisti e le politiche di occupazione e sfruttamento del fascismo turco: vedi l’invio di decine di migliaia di mercenari dalla Siria alla Libia, gli sforzi di sovranità imperialista nel Mediterraneo, e l’influenza attiva nei conflitti in Yemen e in molti altri paesi. Quotidianamente, in Turchia e nel Kurdistan del nord, continuano gli attacchi sulla popolazione e su ogni spiraglio di Contro-organizzazione; ogni giorno si bombardano le montagne e i villaggi del Kurdistan del sud (Iraq del nord); ogni giorno, s’inviano dozzine e dozzine di droni per monitorare la regione, per congelare i movimenti della resistenza e per colpire ogni qual volta si dovesse presentare l’occasione. Un giorno sì e uno no, l’intera macchina di propaganda dello stato turco e dei suoi seguaci si mette in azione con uno scopo ben preciso: disintegrare la resistenza per piegare la volontà delle popolazioni combattenti. I servizi segreti MIT dello stato turco hanno creato un esercito d’informatori e di agenti sul territorio della Turchia, nella regione e in ambito internazionale, tramite cui si conduce ogni sorta di raccolta d’informazioni, di guerra psicologica, di lobbismo e provocazione, fino alla distribuzione mirata di narcotici all’interno della società e alle operazioni di liquidazione diretta. Non importa se si tratta di città, villaggi, montagne o pianura, di obiettivi militari oppure, se lo desiderano, civili: tutto e non importa dove, rimane un potenziale bersaglio dell’esercito turco NATO.

Ad ogni livello – politico, militare, economico, sociale e mediatico, regionale e internazionale – la rivoluzione è attaccata dalle forze governanti e si tenta in ogni modo possibile di isolare, marginalizzare, criminalizzare il Movimento e privarlo del supporto e della partecipazione delle popolazioni. Per i grandi stati imperialisti e le loro alleanze strategiche, soprattutto per gli USA e la NATO, è ben chiaro che una rivoluzione democratica, liberale e anticapitalista in Medio Oriente non può vincere e che nel 21esimo secolo un esercito della NATO non può in alcun caso perdere la guerra contro l’esercito popolare e il movimento della Guerrilla. Essi sono ben consci del significato storico e geo-politico di una tal evenienza in un luogo come il Kurdistan e in una regione come il Medio Oriente e dell’impatto esplosivo che ciò avrebbe su ogni altra parte del globo. Parimenti, lo stato occupante turco e il suo governo fascista AKP-MHP sono altrettanto consci che a seguito della rivoluzione loro perderebbero qualsiasi diritto di esistere. Storicamente come tuttora, la questione curda rappresenta per lo stato fascista turco una questione da cui dipende la propria esistenza o “non-esistenza”. Non è una questione che riguarda solo il Rojava o che riguarderebbe solo le montagne: è una questione che concerne ogni parte del Kurdistan e i rispettivi paesi occupanti, una questione che ha un enorme significato storico-mondiale e un immenso potenziale.

L’ampio concetto di liquidazione che si sta portando avanti contro il PKK e il Movimento di Liberazione non è d’ideazione recente, ma risale al golpe sostenuto e controllato dalla CIA-Gladio del 12 settembre 1980. Quando gli obiettivi allora prefissati fallirono – ovvero gli obiettivi di eliminazione di tutto il potenziale di sinistra, socialista e rivoluzionaria – furono di conseguenza escogitati nuovi metodi e strumenti per sommergere nuovamente nel silenzio la ridestata popolazione curda. La resistenza nella prigione di Amed e l’inizio della lotta armata il 15 agosto 1984, di cui oggi celebriamo il 36esimo anniversario, ribaltarono tuttavia l’esito del golpe: per la prima volta la popolazione curda vedeva manifestarsi concretamente la prospettiva rivoluzionaria. In linea con la strategia di guerra di Gladio, che si svolgeva simultaneamente in altri luoghi, nel 1986, il PKK fu accusato dell’assassinio di Olof Palme: evento che divenne il pretesto di una nuova offensiva internazionale contro la lotta di liberazione nel Kurdistan. Passo dopo passo, l’intero movimento fu criminalizzato, dichiarato clandestino e bollato con il timbro di “terrorismo”. A nessuno interessava che una tale azione contraddicesse in vero ogni logica e interesse del PKK: si è dovuto attendere fino al 2020, vale a dire ben 34 anni, per giungere a un chiarimento ufficiale riguardo al fatto che l’intera faccenda non ebbe mai luogo, come sempre sostenuto dal Movimento di liberazione, e ciò nonostante, in vano si sono attese delle scuse e una spiegazione chiara degli eventi e delle conseguenze dirette o indirette che questi comportarono. Che cosa era effettivamente successo? Nonostante tutti i tentativi di iniziare un processo per una soluzione politica e diplomatica, a seguito di questa cospirazione la popolazione curda fu confrontata con una guerra di annientamento totale, risultata in decine di migliaia di morti, milioni di rifugiati, migliaia di villaggi dati a fuoco e distrutti e la criminalizzazione totale su scala internazionale.

Quando gli strateghi degli Stati uniti e della Nato si resero conto che, in controtendenza rispetto al declino socialista nel mondo, il movimento curdo stava guadagnando forza e influenza, allora fu ideato il complotto internazionale contro Abdullah Öcalan e l’introduzione del sistema d’isolamento nelle carceri di Imrali contro il movimento e la popolazione. È importante capire quanto tale cospirazione costituisca una parte essenziale del Progetto USA-NATO per il Grande Medio Oriente. Eppure, a questo punto, con le prospettive da Imrali e la continuazione della lotta sul piano ideologico, politico, sociale e militare, si può costatare come il complotto non abbia avuto l’esito sperato: il movimento di liberazione è emerso ancora più forte dalle proprie crisi interne e dalle politiche esterne di annientamento, mentre la strategia della Guerra popolare rivoluzionaria si è adeguata alla realtà del 21esimo secolo; la rivoluzione del Rojava ha infine avuto luogo e la resistenza storica organizzatasi contro l’offensiva fascista dell’ISIS è riuscita nella sconfitta militare dell’ISIS e nella liberazione di molte regioni della Siria del nord e Şengal.

Contro questi sviluppi, dal 2014 in poi, lo stato turco ha iniziato ad adottare il concetto di “mettere in ginocchio” (tr.:diz çökme), perdendosi per l’ennesima nel proprio sogno di agire come lo Sri Lanka (Tamil Solution): una totale escalation che si traduce in una strategia assoluta di annientamento totale su ogni livello. Il 24 luglio 2015, anniversario del Trattato di Losanna, lo stato turco ha quindi dato inizio a un’ampia operazione contro la Guerrilla: la guerra, suddivisa ora in tre aree del Kurdistan – Sud, Nord e Ovest – ha raggiunto il suo apice. In preparazione a tale operazione, nell’aprile del 2015, Abdullah Öcalan è stato sottoposto nuovamente all’isolamento totale. Con l’occupazione del cantone di Efrin, avvenuta al più tardi nella primavera del 2018, possiamo chiaramente parlare di una seconda cospirazione internazionale contro il Movimento di liberazione curdo. Lo scopo è privare ancora una volta la popolazione dei successi raggiunti con la lotta, eliminare il PKK completamente o almeno renderlo insignificante attraverso la forza militare e la strategia d’isolamento e criminalizzazione, assimilando infine ciò che rimane a secondo dei propri interessi. Gli USA ovviamente gradirebbero che il Rojava degenerasse in un secondo Kurdistan del sud (KRG), vale a dire, che rinunciasse alla propria volontà e si arrendesse al proprio “destino”.

L’operazione del 9 ottobre dello scorso anno e la successiva occupazione della regione di Serekaniye e Til Abyad sono un’altra parte di questa strategia internazionale contro la rivoluzione, e la naturale conseguenza del fascismo turco. Non è un caso che sia stato proprio nel 2018 che gli Stati Uniti abbiano decretato delle forti taglie sulla testa di alcuni leader del PKK; non è un caso che, al di là di ogni ragionevolezza, la Turchia sia tenuta in piedi con massiccie iniezioni di capitale, e che i più moderni sistemi d’arma siano continuamente venduti alla Turchia, sia dagli Stati membri della NATO che dalla Russia. Queste sono poi le armi usate a Efrin, Serekaniye e Heftanin: armi tedesche, italiane, statunitensi e israeliane, tra le altre! Le potenze imperialiste traggono profitto da questa guerra! Inoltre, non possono accettare l’esistenza di un popolo curdo sicuro di sé, un progetto di seria fratellanza dei popoli del Medio Oriente, e non può rischiare il pericolo della vittoria di un movimento di guerriglia nel XXI secolo. Ecco perché lo Stato turco viene tenuto in piedi e può fare più o meno quello che vuole nella regione.

In coordinamento con gli Stati Uniti e con altri Stati della NATO, oltre che in parte con la Russia, la Turchia si sta attivando contro la rivoluzione: In questo quadro, un’estesa azione aerea e operazioni terrestri si stanno svolgendo in Turchia, Siria e Iraq, attacchi con i droni e bombardamenti sono pianificati ed eseguiti, i risultati dell’intelligence sono fra loro condivisi. Nel quadro di questa strategia generalmente assunta, si cerca di dividere a tutti i costi il movimento stesso e i popoli, seguendo il principio: divide et impera! Le religioni e le identità sono messe l’una contro l’altra, le nazioni sono messe l’una contro l’altra, il popolo curdo viene scomposto in diverse parti: geograficamente, politicamente, socialmente, economicamente e culturalmente. Si fa una distinzione tra il “buon curdo”, che fa quello che gli viene detto, e il “curdo cattivo”, cosciente della propria identità e sicuro di sé; così si alternano le politiche o di attacchi pesanti o di assimilazione morbida. La futilità di questa politica è dimostrata dal semplice fatto che la guerra continua a pieno ritmo in montagna e in pianura, nei villaggi e nelle metropoli con i metodi più diversi. A Heftanin, è stato dimostrato ancora una volta che l’esercito turco, nonostante tutta la sua dotazione tecnologica moderna, è incapace di affermarsi nella lotta contro la guerriglia e, al contrario, ha subito severi colpi.

Dopo il rumoroso rullo di tamburi all’inizio dell’operazione, il panorama mediatico turco è diventato più o meno silenzioso sull’offensiva, annunciata in modo così audace. Un’offensiva che ha portato infine le forze armate turche, i loro mercenari e le guardie di villaggio in una posizione difensiva, lasciandole praticamente alla mercé dei guerriglieri. Allo stesso tempo, la gioventù del Kurdistan settentrionale e della Turchia non sta dormendo bensì, dall’est all’ovest della Turchia, azioni quotidiane contro gli occupanti, i fascisti e i loro scagnozzi sono realizzate da parte delle cosiddette unità di vendetta, e segnatamente dalle YPS e YPS-Jin, e dai Children of Fire. Nel Kurdistan meridionale, da Seladize a Suleymaniye, la popolazione è in strada contro l’occupazione, e i giovani si uniscono alla resistenza gruppo dopo gruppo. E la resistenza continua anche in Rojava. Nonostante l’occupazione di Serekaniye e Til Abyad sia stata un duro colpo per la rivoluzione, la determinazione a cacciare i soldati turchi e i loro ausiliari islamisti dal Paese si sente ovunque.

Diventa chiaro che la prossima escalation è imminente. In un coordinamento congiunto, sia i servizi segreti siriani che quelli turchi stanno cercando di creare il caos nelle aree liberate, utilizzando vari mezzi per far scendere in piazza la popolazione contro l’autogoverno autonomo. Questo è diventato particolarmente evidente a Deir ez-Zor la scorsa settimana. In questo settore, in cui molte cellule dormienti della IS sono già attive, personalità influenti che sostengono il progetto di Nazione Democratica vengono deliberatamente assassinate dai servizi segreti sopra citati, creando problemi tra le varie tribù, QSD e l’autogoverno. L’accordo petrolifero, che è stato recentemente firmato dall’autogoverno autonomo della Siria nord-orientale, viene utilizzato anche come occasione per diffondere varie forme di contropropaganda, per generare antipatia a livello locale e internazionale. È ovvio che il progetto Rojava non ha alternative. Perché se non vuole perdere la sua autonomia e indipendenza politica e vuole essere in grado di contrastare la crisi economica, l’embargo e la guerra, ha comprensibilmente bisogno di soluzioni come questa. È uno dei principi fondamentali della Federazione della Siria del Nord: tutte le risorse del Paese appartengono a tutti i popoli della Siria, ed è in questo contesto che è stato concluso un accordo per una produzione limitata e per un tempo limitato con una società statunitense. Questo è anche, tra l’altro, una diretta conseguenza del rifiuto, da anni, dello Stato siriano di sedersi a un tavolo per costruire insieme una nuova Siria. Invece, lo Stato siriano continua ad avere una sola prospettiva, ed è quella di rifare tutto esattamente come prima. Considerando il fatto che il Paese è virtualmente ferito a morte, questo è relativamente irrealistico. Si potrebbe pensare che dopo tanta guerra, sofferenza e spargimento di sangue, anche un governo come quello del regime del Ba’ath dovrebbe pensare a cambiare le cose, ma no, essi insistono, come lo Stato turco, sulla loro ideologia: uno Stato, una nazione, una lingua, ecc. – Non c’è spazio per la democrazia, la diversità e l’autonomia.

Come parte della sua guerra speciale e della preparazione per un’ulteriore escalation, la Turchia ha tagliato tutte le forniture di acqua naturale alla regione. L’Eufrate in Siria è sul punto di prosciugarsi, e anche il Tigri in Iraq sta gradualmente perdendo massa. La principale fonte di approvvigionamento idrico della regione di Heseke si trova nel villaggio di Alok, a est di Serekaniye, ed è nelle mani degli sgherri fascisti. In questo contesto, dovremmo forse chiederci ancora una volta chi sta effettivamente sfruttando le risorse naturali e privandole del loro vero proprietario, cioè il popolo e la natura.

Alla luce della pandemia del Corona virus e del relativo attacco globale all’esistenza sociale, cioè all’esistenza umana stessa, e alla luce della crescente aggressione del fascismo turco in Kurdistan e in tutta la regione mediorientale, è necessario organizzare la resistenza insieme, mano nella mano, nel senso di un fronte internazionale antifascista, antimperialista e anticapitalista, e prepararsi al prossimo attacco sul Rojava. Il fascismo turco, e questo è ovvio, non sarà fermato in Libia o nel Mediterraneo, ma sarà sconfitto in Rojava, sulle montagne del Kurdistan e con la rivolta nelle metropoli.